monthly archives: aprile 2020

dedicato a te
che non ti potrò stringere la mano
ma che ti posso ringraziare.
in silenzio e senza aggiunte di parole

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a marco
perché sia forte
con la forza gentile di uno stelo
nel vento di questa primavera
che così tanto si porta via

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ws progetto un mondo
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osservare il mondo da un oblò (cit)

la parola di queste giornate vuote è saturazione

un ossimoro evidente
mi adeguo faticosamente al vuoto delle grandi stanze, al silenzio assordante che sale dalla strada nella domenica pomeriggio, alla mancanza di vita mondana; le ore sono lente e vacue, la televisione quasi sempre spenta (che in realtà è un computer, ma ugualmente spento).
mentre tento un disperato equilibrio mentale, attraverso attività che implichino una costruzione lenta, ariosa, mai forzata ma basata su una personale forma di disciplina (nessun addominale, ma un’ora di sole alla finestra ogni giorno, e pasti regolari, l’impostazione di minimi progetti, disegni, e parole scritte), mentre provo a rimanere in equilibrio sul mio filo, sognando un terrazzo ed un’amaca, un giardino, un vicinato cordiale e un amore che compaia all’orizzonte, mentre leggo le pagine di libri collezionati amorevolmente negli anni come un tesoro senza scadenza che non sia quella biologica di chi legge…
mentre tutto in me è proiezione minuziosa verso la sopravvivenza interiore, dall’esterno piovono fastidiose e pericolose sopraffazioni.
ieri sera pensavo che esiste un parallelo abbastanza significativo fra le rumorose prosopopee che proliferano sui social, fra il marasma di inadeguate e del tutto opinabili invettive e di vignette umoristiche che difficilmente mi fanno sorridere, esiste un parallelo tra questo flusso ingombrante e spesso arrogante di post pieni di sicumera, e quello che accade a scuola, nei gruppi classe di insegnanti del tutto impreparati alla comunicazione immateriale.
ho abbandonato i nove gruppi whatsapp delle mie altrettante classi, dove i docenti vomitavano messaggi quasi sempre inutili e ridondanti fino a notte inoltrata sette giorni su sette, ho contemplato sbigottita la frenesia di fare a tutti i costi, di essere iperattivi, di mostrare al dirigente quanto si è bravi e volonterosi, senza che mai emergesse la percezione di quanto poco salutare sia un simile ritmo di lavoro e l’atteggiamento che sottende.
ho ridotto al minimo le telefonate, con la regola che no, non si parla di covid ma di tutte le altre cose che continuano ad essere importanti, che in questo momento il senso della misura è più che mai necessario, e che sarà fondamentale nei prossimi mesi, non tanto per educare questi insegnanti scalmanati all’uso di piattaforme tecnologiche, quanto per renderli sensibili alle differenze che sussistono tra la comunicazione analogica e quella immateriale, alle diverse risposte neuronali che conseguono a questi approcci, alla necessità di lavorare conservando la propria salute mentale.
all’inizio dell’emergenza ho dato il mio numero di cellulare a tutti gli studenti delle terze, formando gruppi whatsapp di tecnologia per poter comunicare con loro più agevolmente, e sinora questi ragazzi che tutti definiamo analfabeti funzionali hanno dimostrato un’educazione e una capacità di gestire la comunicazione a distanza assai superiore a coloro che dovrebbero educarli e trasmettere sapienza. qualcosa vorrà pur dire?
e ho smesso di leggere chi ha opinioni su tutto, chi in questi giorni non fa che commentare le decisioni e gli eventi, incessantemente, ma senza di fatto essere in possesso di elementi chiari per poterlo fare. non voglio sentirmi satura, voglio pensare che nelle prossime settimane riuscirò a trovare la pace necessaria a sostenere la pazienza, senza innecessari e deleteri rumori di fondo. il dolore è già tanto anche così, e mai come adesso avverto l’importanza di raccontare il buono che abbiamo, il buono che facciamo e che abbiamo fatto.
oggi su radio3 parleranno di bellezza tutto il giorno, è l’anniversario della morte di Raffaello Sanzio. personalmente non credo più molto all’idea di una bellezza salvifica, ma penso che tutti abbiano diritto a una maggiore qualità della vita. ecco, credo che da qui dovremmo partire, essere gentili, essere generosi, essere attenti a quanto possono essere disturbanti i nostri comportamenti. mettere in comune il tanto che abbiamo.
spero di essere una buona amica in queste settimane, anche da lontano, provo ad esserlo, provo a essere un’insegnante migliore, sorrido ai miei ragazzi anche quando sorridere è molto difficile.
e qui mi fermo e vado a far lezione, oggi in prima si impara a disegnare un ottagono regolare, o ci si prova.
cambio finestra sul portatile et voilà.

ph: andre kertesz / Broken Window / 1929

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… mai la brughiera mi ha così toccato, quasi commosso, come quando nella tua lettera trovai i tre ramoscelli.
Li ho messi subito nel mio Libro delle Immagini che penetrano con il loro odore forte, grave, che è il profumo, in verità, della terra autunnale. Che meraviglia, quel profumo. Mai la terra si può così respirare in un unico odore, la terra matura; in un odore che non è da meno dell’odore del mare, amaro, quando giunge al confine del gusto, più dolce del miele quando pensiamo che debba emanare le prime note.
Pieno di profondità, di oscurità, quasi di tomba, e anche di vento; di catrame, trementina, tè di Ceylon. Grave e spoglio come l’odore di un frate mendicante e insieme resinoso, vigoroso come un incenso. E se si guarda: sontuoso come un ricamo: come tre cipressi di seta viola (un viola tanto pregno da farlo credere colore complementare del sole) come tre cipressi ricamati in un tappeto persiano. Dovresti vedere.
Credo che i ramoscelli non potessero essere così belli quando li spedisti: altrimenti avresti avuto parole di meraviglia. Uno ora posa per caso sul velluto blu di un vecchio astuccio da scrittura. È come un fuoco d’artificio: no, proprio come un tappeto persiano. Tutti, tutti quei milioni di minuscoli rami sono davvero d’un lavoro così meraviglioso? Guarda la colorazione del verde in cui è un po’ d’oro e il marrone caldo come legno di sandalo dei piccoli fusti e le fratture con il loro nuovo, fresco, intimo verde nascente… É tutto il giorno che ammiro la magnificenza di questi tre piccoli frammenti e mi vergogno che non fossi felice quando potevo aggirarmi in mezzo a tale profusione. Viviamo tanto male perché ci troviamo nel presente sempre cosi impreparati, incapaci, distratti da tutto. Non so ripensare a nessun periodo della mia vita senza rimproveri di questo genere, e ancora maggiori. Ho vissuto senza perdere nulla, credo, soltanto i dieci giorni seguiti alla nascita di Ruth: trovando la realtà indescrivibile fino alle sue ultime particelle, come probabilmente è sempre.
Ma probabilmente è anche la trascorsa estate cittadina a rendermi cosi sensibile alla meraviglia dei piccoli pezzi di brughiera venuti dalla prodigalità dell’anno nordico. Non si trascorre invano una simile estate da camera, come costretto nella più piccola di quelle scatole di cui una entra sempre nell’altra, venti volte. E ora sono nell’ultima, rannicchiato. Mio Dio, cosa non misi insieme l’anno scorso: mari, parchi, bosco e radure: la nostalgia che ho di tutto questo a volte è indescrivibile. Ora che qui si profila la minaccia dell’inverno. Già cominciano le mattine nebbiose e le sere in cui il sole è soltanto come il luogo in cui prima era il sole, in cui nelle aiuole tutti i girasoli, le dalie, i grandi gladioli, le lunghe file di gerani gridano nella nebbia la contraddizione del loro rosso. Questo mi rende triste.
Evoca ricordi desolati, chi sa perché: come se la musica dell’estate di città si spegnesse in una dissonanza, con una ribellione di tutte le note; forse perché uno ha già guardato, spiegato, legato a sé tutto questo, nel proprio intimo, senza però farlo mai. Questo soltanto …
a domenica.

RAINER MARIA RILKE

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