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In altre parole lo stato può pretendere ubbidienza e rispetto delle leggi solo se si mostra in grado di garantire l’incolumità dei suoi membri. E, in primo luogo, l’integrità fisica e l’inviolabilità del corpo. Ancor più quando quel corpo si trova in stato di reclusione e privato della libertà. link

non so descrivere chiaramente il mio stato d’animo per ciò che è accaduto e continua ad accadere in italia durante gli ultimi anni, ma mi sento di paragonarlo ad una serie di frane / se qualcosa di tremendo e deludente lacera l’idea che questo sia un paese civile provo a ricucire la ferita, provo a dirmi che mi sto sbagliando, che lo Stato possiede ancora l’autorità e la forza, che rappresenta tuttora una guida e un esempio per i suoi cittadini / ma ogni volta ogni volta ancora ogni volta mi trovo a sbattere contro una realtà che contraddice la fiducia e le speranze, che sono le mie e quelle di tanti tantissimi italiani (persone normali – individui – cittadini onesti) che si sforzano di pensare e di capire e che provano a mettere insieme i cocci di qualcosa che non ha più nemmeno una forma e che non ha radici ferme su cui far leva /

penso con dolore al dito medio alzato dagli imputati al processo di primo grado per la morte di stefano cucchi, segno premonitore dell’atroce sentenza di pochi giorni fa che vede tutti assolti i responsabili, penso alla caserma bolzaneto e alla scuola diaz, ad altri responsabili usciti indenni e praticamente immacolati dall’ennesimo processo dall’esito inappropriato e blando, penso a schettino che sale in cattedra all’università per raccontare agli astanti chissà quale retorica ipocrita menzogna / e mi sembra di riconoscere affinità che mai avrei pensato possibili con scenari remoti, con regimi inqualificabili, mi sembra di intravvedere gli stessi oscuri tumori che in passato hanno devastato paesi e risorse in nome di un potere malato / continuo a tacere provando a ridimensionare sistematicamente i fatti (impresa titanica), tento di mettere insieme rocambolesche giustificazioni o scusanti che mai stanno in piedi, ma sempre più spesso finisco per domandarmi com’è che stiamo ancora tutti al nostro posto, come mai permettiamo a un manipolo farsesco e ipocrita che nessuno ha realmente eletto di tenere le fila di un paese sfoderando tutta la sua indifferenza mentre intorno succedono cose talmente terribili? / mi pare talmente assurdo che tutto proceda come sempre e che certe questioni vengano sistematicamente affossate e dimenticate nel giro di giorni, come se non fosse accaduto nulla di tragicamente sbagliato, nulla di deprecabile / eppure certe cose non dovrebbero succedere in un paese civile, non ci sarebbe bisogno di arrivare al processo, le istituzioni dovrebbero essere vive e presenti in modo da prevenire simili abusi ed orrori / invece, non solo non si prevengono, ma nella gran parte questi crimini di stato rimangono impuniti! che a scriverlo nero su bianco fa ancora più impressione

il nostro è un paese che non conserva più le proprie cicatrici, e che di questa rapida e omertosa rigenerazione del tessuto pubblico ha fatto lo stumento principale di maquillage per produrre un risanamento di superficie lesto e indolore / parrebbe che l’abilità principale sia quella di levigare la storia di tutte le sue rughe recenti (ed anche di altre più antiche), delle ombre e delle ferite, restituendo l’immagine di un luogo neutro e ineffabile, insignificante, artificiale; un luogo in cui è decaduto il dialogo col centro del potere (contrariamente a quanto vogliono far pensare certi usi demagogici dei mezzi di comunicazione) e in cui molti probabilmente si sono abituati a rapportarsi con gli eventi della cronaca allo stesso modo in cui si rapportano a un evento televisivo / ed in effetti, da tantissimi cittadini viene evaso qualsiasi atto critico fondato nei confronti della realtà, di cui peraltro sono proposti e valorizzati gli aspetti sensazionali per il tempo necessario alla fioritura mediatica / ecco perchè mi sembra che questo sia ormai un paese privo di forma, plastificato, plasmato, retoricizzato, rappezzato esternamente lasciando che sotto la superficie tutto si sgretoli nella più totale indifferenza, generando un grande vuoto / non si tratta di scegliere uno stendardo, un partito, una faccia, ma di ricostituire l’identità e la presenza dello Stato, questione che va ben oltre lo schema partitico e gli stemmi / la spersonalizzazione parte proprio dalle stesse istituzioni, prime responsabili di tale processo di occultamento della storia, che si smaterializzano di fronte alla realtà dei fatti lasciando i cittadini in balìa degli eventi, privi di riferimenti e a quanto pare privi di qualsiasi tutela /
questo mentre il presidente del consiglio organizza meeting leopoldiani e pasteggia da eataly con le sue truppe / agghiaccianti contrasti tra chi è al potere e chi muore a causa del potere

su rai5 va in onda settimanalmente petruška, una trasmissione dedicata alla musica
nella puntata di oggi intitolata “il terzo suono” il conduttore dall’ongaro racconta come nel corso dei secoli l’uomo abbia imparato a ricavare suoni inediti da strumenti che rimangono sostanzialmente immutati: il violino, il flauto, il pianoforte, arrivando fino alla valorizzazione estrema delle pause e del silenzio, ciascuno strumento a disposizione rivela una timbrica molto estesa e permette combinazioni quasi illimitate di suoni e di trattamenti per ottenere una scrittura aderente alle esigenze estetico-musicali di epoche diverse
questa capacità di svecchiarsi (o piuttosto di non invecchiare) posseduta dagli strumenti (ma ancor prima il ruolo cruciale degli artisti che sono in grado di rivelarne la perenne giovinezza) mi porta a considerare con una certa amarezza il punto attuale: nel documentario infatti emerge con forza il ruolo importante che ebbe il contributo italiano alla crescita della musica internazionale e della ricerca. nomi come berio, gazzelloni, nono, ensemble nuova consonanza di cui fece parte morricone tra gli altri, salvatore sciarrino (ultimo tra i sopravvissuti, ma forse aggiungerei anche boccadoro e il suo ensemble) oggi dovrebbero contendersi il primato con evanescenze quali einaudi, il retorico vacchi o persino allevi? la morte di claudio abbado pone ancor più tragicamente l’accento su un panorama costellato di molte ottime voci ma sguarnito di reali emergenze e di talenti che sollevino in alto la musica e la cultura italiane
la trasmissione si chiude con un video ormai celebre degli anni 60 in cui mina e gazzelloni in prima serata sulla rai interpretano una breve fuga di bach, e mi chiedo quanto di trasmesso oggi (non necessariamente in prima serata) possa eguagliare una tale leggera bellezza e quale personalità si possa confrontare con una simile triade di talenti che andavano disinvoltamente in onda su un canale generalista e popolare come raiuno

pare che lasciamo sempre più spazio al rumore indiscriminato (e per rumore intendo l’inconsistenza commerciale e scialba di produzioni prive di spessore, tutte uguali e analogamente fastidiose, sparate ad alto volume perché in fondo il volume è l’unico elemento a fare la differenza, in grado di far vibrare qualcosa nel nostro organismo ottundendo ancor di più la ragione se ne è rimasta) (altro…)

RIFLESSIONE A
glass scrive musica che piace soprattutto alle donne, piuttosto leziosa e accondiscendente
ascolto glassheart di maria bachmann – ideale per quel genere di signora che si ritiene musicalmente preparata e sensibile, con gusti che in realtà si orientano verso la retorica e il dilettantismo tipici per esempio di certe mostre finto artistiche di provincia – per me è un disco da anticamera o da spa (che trova il suo meglio nell’esecuzione di schubert)

questa attitudine quasi materna nell’accondiscendere esteticamente senza approfondire propria di tante donne è demoralizzante, per quanto sia consapevole che il gusto comune si attesti su livelli esasperanti di mediocrità indipendentemente dal genere
come scrivevo su fb, scarpe e scelte musicali sono discreti indicatori di fragilità estetica (a volte basta un dettaglio a raccontarci una data realtà – mi tornano in mente un passaggio di fernanda pivano in cui descrive le povere scarpe di plastica da emporio operaio di jack kerouac e di conseguenza il racconto dai vagabondi del dahrma in cui lo scrittore scala una montagna in compagnia della sua guida spirituale indossando fragili calzature di tela inadeguate all’impresa)

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  1. venue – the grid and the sign
  2. the draughtsman’s contract
  3. melancholia

 


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sto riesumando vecchi lavori – non perché mi trovi in una condizione di empasse, mi dispiace piuttosto abbandonare nella polvere frammenti di energia, esercizi di immaginazione in cui ho sversato particulae di me medesima, di altre me medesime che poi sono cambiate o andate oppure uccise per mano di qualcuno o semplicemente soffocate dalle nuove tensioni e dalle successive partiture

così recupero, con il piacere intimo ma poi condivisibile che si prova a sfogliare vecchie foto in cui ci si rivede e si pensa come stavo bene con quel taglio di capelli oppure che buffo quel vestito e qui ero con un compagno di scuola chissà dove è finito – allo stesso modo o simile si pensano con un particolare stupore retroattivo aspetti riscoperti di un disegno di un segno di un colore o di piccoli frammenti cartacei appiccicati a guisa di collage su un foglio che prima era bianco

forse non bisognerebbe tornare indietro, perdere il tempo su ciò che è già vissuto, ma ci si affeziona come a un cuscino od a una camicetta, od anche alle nostre figure decesse o irrimediabilmente cangiate
sono trine vitali spettri – fumetti del ricordo
diventano cartoline

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30.04.12
le dolgono gli organi, quasi fosse al limite dello sfascio – e la stagione la investe con una particolare arroganza che poi non è altro che la vitalità spinta all’estremo, come un morso /
ciascun luogo in cui posa lo sguardo è verde e gonfio, gronda fiori e fogliame: ogni anno questo miracolo la coglie di sorpresa, rimane inebetita e quasi percossa dagli odori e dall’erba così verde e soffice che le ricorda l’immagine più perfetta del velluto /
conosce la differenza tra guardare e toccare, la mano dissolve il velluto perfetto in migliaia irregolari di spighe e steli, lo scompone in microscopiche ruvidità e stempera il colore nell’inenarrabile varietà delle gradazioni /

l’assolutezza del vero entra in conflitto con l’astrazione dell’occhio e sembra impossibile tenere insieme la distanza ed il contatto, come se ogni cosa ne contenesse tantissime, una per ogni passaggio dal guardare al toccare /

02.05.12
25 aprile già lontano, mese concluso, bandiere riavvolte (primo maggio trascorso in carnia, in un’acquario dove la celebrazione della storia è stata consapevolmente sostituita dal mercato dei fiori), impressione di praticare mondi separati e divisi da pregiudizi comodi e ostinati
il sollievo di non aver arredato, di non aver servito, di aver tentato pur senza sufficiente talento la strada irregolare e non allineata dell’irrequietezza che consegue ad una fede politica faticosa da praticare, si coniuga con la delusione per l’inconcludenza dei risultati, per i miei cinquant’anni spesi arrancando senza forma e senza luogo

05.05.12
è normale o giustificabile che io non simpatizzi facilmente con le persone che investono somme eccessive in abbigliamento e gadget?
mi attirano di più le anime spartane e di indole scarsamente mondana che coltivano forme di ricchezza non monetizzabili, ineressate alle zone d’ombra, alle pieghe dove il mercato non si insinua
mi piace chi cerca la musica e chi seleziona severamente le proprie letture, chi non si preoccupa esageratamente del proprio aspetto fisico, dell’apparenza che prima o poi delude più che ingannare
nemmeno sono attratta dagli svogliati, da coloro che non intrattengono una relazione consapevole e curiosa con l’estetica delle cose e del mondo / perchè rosso non è blu e verde non è giallo ma soprattutto, rosso chiaro non è rosso scuro
il pensiero – prende forma nelle sfumature

ascolto:
file! with jim o’rourke – unreleased? – 2011
faust – the faust tapes – 1973

ultimi giorni d’aprile
riflessioni schematiche scaturite viaggiando in corriera

il paesaggio italiano contemporaneo non mi piace, mi comunica una particolare malinconia, la sensazione di spaesamento per un’inconsistenza irriconoscibile basata sull’assemblaggio casuale di pezzi che non si parlano e non collaborano alla realizzazione dell’ambiente urbano – le città italiane hanno perso progressivamente la loro personalità per diventare mediocri e noiose, e dal dopoguerra ad oggi si sono trasformate in un’accozzaglia di materiale costruito privo di fascino
apprezzo maggiormente lo stile americano, senz’altro più sgraziato e pacchiano, ma dotato di una sua coerenza interna
in italia invece, i presupposti storici, culturali ed urbanistici, sono stati progressivamente traditi, scopiazzando sistematicamente quanto veniva proposto da altri paesi, da intelligenze che non si erano confrontate con il nostro contesto ma con il proprio, dando sempre più spazio ad un panorama senza identità, popolato di elementi estranei (pensiamo solo ai centri commerciali che hanno scopiazzato le mall americane) – ci sentivamo così moderni, ad “abbellire” il territorio con simili mostruosità!

e mentre altrove il paesaggio si conformava in risposta alla struttura identitaria degli abitanti, generando forme di armonia non impostate sul mero giudizio di bellezza (qui da noi ancora gli architetti si interrogano puerilmente e sterilmente sulla questione formale) ma sulla pratica corrispondenza e riconoscibilità per chi abita un luogo e lo utilizza, individuando la morfologia urbana più conforme alle abitudini di vita e realizzando un percorso prima di tutto identitario e quindi (eventualmente) di superficie, nel caso italiano si produceva al contrario una generalizzata perdita degli elementi tradizionali sostituiti da un’accozzaglia di riferimenti di importazione, essendo mancata una riflessione seria e mirata su quale avrebbe dovuto essere l’evoluzione dello stile italiano (anche e soprattutto nelle abitudini di vita) andando a lavorare su quello che la tradizione ci aveva insegnato dando un senso coerente e costruttivo alla modernità

così, oggi gli inventori della pizza mangiano hamburger al mc donald’s (le trattorie sono praticamente scomparse e molte delle pizzerie sono in mano a famiglie straniere), nella patria dell’alta moda si veste con abiti cinesi ed invece di rivitalizzare le piazze le abbiamo sostituite con centri commerciali dove i negozi aprono e chiudono a ritmo settimanale

in realtà definire la questione non è semplice, perché il processo in atto è di natura globale (grande ruolo ha la tecnologia), ma ci sono in italia particolari elementi di debolezza che non abbiamo saputo affrontare nel modo migliore, anzi, che abbiamo assecondato mettendo in mostra la nostra vocazione all’ignoranza e la totale assenza di anticorpi ed enzimi culturali ed etici

cos’è mancato all’italia negli ultimi sessant’anni?
cosa ci ha resi mediocri e spenti dal punto di vista culturale e artistico?
che cosa ha generato un sistema di abitudini e di regole così provinciale e sbiadito?

… sapessi rispondere ci scriverei un libro!

02.05.12
aggiorno il post con alcune parole trovate stamattina nel libro scelto per il viaggio: franco la cecla – contro l’architettura 

la cecla