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RIFLESSIONE A
glass scrive musica che piace soprattutto alle donne, piuttosto leziosa e accondiscendente
ascolto glassheart di maria bachmann – ideale per quel genere di signora che si ritiene musicalmente preparata e sensibile, con gusti che in realtà si orientano verso la retorica e il dilettantismo tipici per esempio di certe mostre finto artistiche di provincia – per me è un disco da anticamera o da spa (che trova il suo meglio nell’esecuzione di schubert)

questa attitudine quasi materna nell’accondiscendere esteticamente senza approfondire propria di tante donne è demoralizzante, per quanto sia consapevole che il gusto comune si attesti su livelli esasperanti di mediocrità indipendentemente dal genere
come scrivevo su fb, scarpe e scelte musicali sono discreti indicatori di fragilità estetica (a volte basta un dettaglio a raccontarci una data realtà – mi tornano in mente un passaggio di fernanda pivano in cui descrive le povere scarpe di plastica da emporio operaio di jack kerouac e di conseguenza il racconto dai vagabondi del dahrma in cui lo scrittore scala una montagna in compagnia della sua guida spirituale indossando fragili calzature di tela inadeguate all’impresa)

(continua…)

  1. venue – the grid and the sign
  2. the draughtsman’s contract
  3. melancholia

 


(continua…)

sto riesumando vecchi lavori – non perché mi trovi in una condizione di empasse, mi dispiace piuttosto abbandonare nella polvere frammenti di energia, esercizi di immaginazione in cui ho sversato particulae di me medesima, di altre me medesime che poi sono cambiate o andate oppure uccise per mano di qualcuno o semplicemente soffocate dalle nuove tensioni e dalle successive partiture

così recupero, con il piacere intimo ma poi condivisibile che si prova a sfogliare vecchie foto in cui ci si rivede e si pensa come stavo bene con quel taglio di capelli oppure che buffo quel vestito e qui ero con un compagno di scuola chissà dove è finito – allo stesso modo o simile si pensano con un particolare stupore retroattivo aspetti riscoperti di un disegno di un segno di un colore o di piccoli frammenti cartacei appiccicati a guisa di collage su un foglio che prima era bianco

forse non bisognerebbe tornare indietro, perdere il tempo su ciò che è già vissuto, ma ci si affeziona come a un cuscino od a una camicetta, od anche alle nostre figure decesse o irrimediabilmente cangiate
sono trine vitali spettri – fumetti del ricordo
diventano cartoline

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30.04.12
le dolgono gli organi, quasi fosse al limite dello sfascio – e la stagione la investe con una particolare arroganza che poi non è altro che la vitalità spinta all’estremo, come un morso /
ciascun luogo in cui posa lo sguardo è verde e gonfio, gronda fiori e fogliame: ogni anno questo miracolo la coglie di sorpresa, rimane inebetita e quasi percossa dagli odori e dall’erba così verde e soffice che le ricorda l’immagine più perfetta del velluto /
conosce la differenza tra guardare e toccare, la mano dissolve il velluto perfetto in migliaia irregolari di spighe e steli, lo scompone in microscopiche ruvidità e stempera il colore nell’inenarrabile varietà delle gradazioni /

l’assolutezza del vero entra in conflitto con l’astrazione dell’occhio e sembra impossibile tenere insieme la distanza ed il contatto, come se ogni cosa ne contenesse tantissime, una per ogni passaggio dal guardare al toccare /

02.05.12
25 aprile già lontano, mese concluso, bandiere riavvolte (primo maggio trascorso in carnia, in un’acquario dove la celebrazione della storia è stata consapevolmente sostituita dal mercato dei fiori), impressione di praticare mondi separati e divisi da pregiudizi comodi e ostinati
il sollievo di non aver arredato, di non aver servito, di aver tentato pur senza sufficiente talento la strada irregolare e non allineata dell’irrequietezza che consegue ad una fede politica faticosa da praticare, si coniuga con la delusione per l’inconcludenza dei risultati, per i miei cinquant’anni spesi arrancando senza forma e senza luogo

05.05.12
è normale o giustificabile che io non simpatizzi facilmente con le persone che investono somme eccessive in abbigliamento e gadget?
mi attirano di più le anime spartane e di indole scarsamente mondana che coltivano forme di ricchezza non monetizzabili, ineressate alle zone d’ombra, alle pieghe dove il mercato non si insinua
mi piace chi cerca la musica e chi seleziona severamente le proprie letture, chi non si preoccupa esageratamente del proprio aspetto fisico, dell’apparenza che prima o poi delude più che ingannare
nemmeno sono attratta dagli svogliati, da coloro che non intrattengono una relazione consapevole e curiosa con l’estetica delle cose e del mondo / perchè rosso non è blu e verde non è giallo ma soprattutto, rosso chiaro non è rosso scuro
il pensiero – prende forma nelle sfumature

ascolto:
file! with jim o’rourke – unreleased? – 2011
faust – the faust tapes – 1973

ultimi giorni d’aprile
riflessioni schematiche scaturite viaggiando in corriera

il paesaggio italiano contemporaneo non mi piace, mi comunica una particolare malinconia, la sensazione di spaesamento per un’inconsistenza irriconoscibile basata sull’assemblaggio casuale di pezzi che non si parlano e non collaborano alla realizzazione dell’ambiente urbano – le città italiane hanno perso progressivamente la loro personalità per diventare mediocri e noiose, e dal dopoguerra ad oggi si sono trasformate in un’accozzaglia di materiale costruito privo di fascino
apprezzo maggiormente lo stile americano, senz’altro più sgraziato e pacchiano, ma dotato di una sua coerenza interna
in italia invece, i presupposti storici, culturali ed urbanistici, sono stati progressivamente traditi, scopiazzando sistematicamente quanto veniva proposto da altri paesi, da intelligenze che non si erano confrontate con il nostro contesto ma con il proprio, dando sempre più spazio ad un panorama senza identità, popolato di elementi estranei (pensiamo solo ai centri commerciali che hanno scopiazzato le mall americane) – ci sentivamo così moderni, ad “abbellire” il territorio con simili mostruosità!

e mentre altrove il paesaggio si conformava in risposta alla struttura identitaria degli abitanti, generando forme di armonia non impostate sul mero giudizio di bellezza (qui da noi ancora gli architetti si interrogano puerilmente e sterilmente sulla questione formale) ma sulla pratica corrispondenza e riconoscibilità per chi abita un luogo e lo utilizza, individuando la morfologia urbana più conforme alle abitudini di vita e realizzando un percorso prima di tutto identitario e quindi (eventualmente) di superficie, nel caso italiano si produceva al contrario una generalizzata perdita degli elementi tradizionali sostituiti da un’accozzaglia di riferimenti di importazione, essendo mancata una riflessione seria e mirata su quale avrebbe dovuto essere l’evoluzione dello stile italiano (anche e soprattutto nelle abitudini di vita) andando a lavorare su quello che la tradizione ci aveva insegnato dando un senso coerente e costruttivo alla modernità

così, oggi gli inventori della pizza mangiano hamburger al mc donald’s (le trattorie sono praticamente scomparse e molte delle pizzerie sono in mano a famiglie straniere), nella patria dell’alta moda si veste con abiti cinesi ed invece di rivitalizzare le piazze le abbiamo sostituite con centri commerciali dove i negozi aprono e chiudono a ritmo settimanale

in realtà definire la questione non è semplice, perché il processo in atto è di natura globale (grande ruolo ha la tecnologia), ma ci sono in italia particolari elementi di debolezza che non abbiamo saputo affrontare nel modo migliore, anzi, che abbiamo assecondato mettendo in mostra la nostra vocazione all’ignoranza e la totale assenza di anticorpi ed enzimi culturali ed etici

cos’è mancato all’italia negli ultimi sessant’anni?
cosa ci ha resi mediocri e spenti dal punto di vista culturale e artistico?
che cosa ha generato un sistema di abitudini e di regole così provinciale e sbiadito?

… sapessi rispondere ci scriverei un libro!

02.05.12
aggiorno il post con alcune parole trovate stamattina nel libro scelto per il viaggio: franco la cecla – contro l’architettura 

la cecla







percepisce nitidamente l’indole borghese di certe colleghe, quella particolare abilità nel combinare borse e scarpe che niente ha a che vedere con i patetici pendant da pochi soldi delle signorine di scarsa cultura, e tantomeno con il decoro sobrio di certe donne d’altri tempi che in modo quasi religioso assimilano la concordanza dei toni nell’abbigliamento a una forma di educazione di sottofondo, a un senso della dignità estetica impossibile da sradicare
invece, queste donne costosamente agghindate, capaci di combinare sapientemente il loro guardaroba in quanto parte di un rito mondano che compete al proprio ceto sociale, sicure ed eleganti con le loro grandi borse di marca (in verità non è solo prada a fare la differenza, il birkenstock può essere perfino più subdolo), le provocano una particolare forma di distante soggezione, una mestizia opaca – ed è impossibile per lei trovandosele di fronte abbandonarsi con disinvoltura al suo modo di essere approssimativo, percepire con agio i propri abbinamenti di oggetti e di pensieri, che contengono sempre qualche irrimediabile stonatura

l’inappartenenza è una delle questioni irrisolte, e quando si confronta con certe figure così definite socialmente, talmente riuscite nel distillare gli aspetti formali della loro essenza borghese, non può fare a meno di andare con la mente a tutte quelle figure che invece incontra quotidianamente sugli autobus o per le strade, la gente comune, le persone che potrebbe definire normali e che indossano e praticano una banalità senza pretese ma di cui spesso riesce a percepire nitidamente aspetti personali che le toccano il cuore

si sente sollevata ed estranea ad entrambe queste ragioni, capisce di trovarsi perennemente in bilico tra due sfere distinte e contrapposte, che trasportano diverse forme di brillantezza, a volte discutibili, altre misteriosamente emozionanti e complesse
ma quando prende la moleskine per scrivere o tracciare qualche segno, non è mai guardando alle signore inappuntabili e disinvolte dei ceti medio alti che trova un’ispirazione od uno spunto, e nemmeno alla capacità di certune di travestire la loro classe sociale facendola sembrare sinistramente alternativa – al massimo si incapriccia per qualche minuto di un cappotto o di un paio di pantaloni, che del resto non potrà mai permettersi, se non trovandoli per caso sul banco della roba usata, proprio come i protagonisti del romanzo di perec, pur senza uguali ambizioni di riscatto

pensa che l’abbigliamento rappresenti un codice significativo, un elemento di scrittura, un’indizio permanente di altri aspetti più incisivi della cultura, della personalità, e del ruolo sociale che ciascuno di noi riveste nel mondo – l’abbigliamento esprime e parla della nostra realtà indipendentemente dal fatto che siamo noi a sceglierlo o che sia una conseguenza involontaria delle circostanze od una necessità

… anche la nudità può rappresentare una forma di abbigliamento, si domanda? – capita mai di indossare il corpo come fosse una veste, qualcosa di cui potremmo o vorremmo spogliarci? e dove si collocano i tatuaggi? tra i gioielli od invece tra i capi di vestiario inamovibili della nostra pelle?

poi torna alla tazza del tè ormai quasi freddo

 

[sequenza di foto scattata a venezia nel 2002]