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06
03
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1007
osservare il mondo da un oblò (cit)

la parola di queste giornate vuote è saturazione

un ossimoro evidente
mi adeguo faticosamente al vuoto delle grandi stanze, al silenzio assordante che sale dalla strada nella domenica pomeriggio, alla mancanza di vita mondana; le ore sono lente e vacue, la televisione quasi sempre spenta (che in realtà è un computer, ma ugualmente spento).
mentre tento un disperato equilibrio mentale, attraverso attività che implichino una costruzione lenta, ariosa, mai forzata ma basata su una personale forma di disciplina (nessun addominale, ma un’ora di sole alla finestra ogni giorno, e pasti regolari, l’impostazione di minimi progetti, disegni, e parole scritte), mentre provo a rimanere in equilibrio sul mio filo, sognando un terrazzo ed un’amaca, un giardino, un vicinato cordiale e un amore che compaia all’orizzonte, mentre leggo le pagine di libri collezionati amorevolmente negli anni come un tesoro senza scadenza che non sia quella biologica di chi legge…
mentre tutto in me è proiezione minuziosa verso la sopravvivenza interiore, dall’esterno piovono fastidiose e pericolose sopraffazioni.
ieri sera pensavo che esiste un parallelo abbastanza significativo fra le rumorose prosopopee che proliferano sui social, fra il marasma di inadeguate e del tutto opinabili invettive e di vignette umoristiche che difficilmente mi fanno sorridere, esiste un parallelo tra questo flusso ingombrante e spesso arrogante di post pieni di sicumera, e quello che accade a scuola, nei gruppi classe di insegnanti del tutto impreparati alla comunicazione immateriale.
ho abbandonato i nove gruppi whatsapp delle mie altrettante classi, dove i docenti vomitavano messaggi quasi sempre inutili e ridondanti fino a notte inoltrata sette giorni su sette, ho contemplato sbigottita la frenesia di fare a tutti i costi, di essere iperattivi, di mostrare al dirigente quanto si è bravi e volonterosi, senza che mai emergesse la percezione di quanto poco salutare sia un simile ritmo di lavoro e l’atteggiamento che sottende.
ho ridotto al minimo le telefonate, con la regola che no, non si parla di covid ma di tutte le altre cose che continuano ad essere importanti, che in questo momento il senso della misura è più che mai necessario, e che sarà fondamentale nei prossimi mesi, non tanto per educare questi insegnanti scalmanati all’uso di piattaforme tecnologiche, quanto per renderli sensibili alle differenze che sussistono tra la comunicazione analogica e quella immateriale, alle diverse risposte neuronali che conseguono a questi approcci, alla necessità di lavorare conservando la propria salute mentale.
all’inizio dell’emergenza ho dato il mio numero di cellulare a tutti gli studenti delle terze, formando gruppi whatsapp di tecnologia per poter comunicare con loro più agevolmente, e sinora questi ragazzi che tutti definiamo analfabeti funzionali hanno dimostrato un’educazione e una capacità di gestire la comunicazione a distanza assai superiore a coloro che dovrebbero educarli e trasmettere sapienza. qualcosa vorrà pur dire?
e ho smesso di leggere chi ha opinioni su tutto, chi in questi giorni non fa che commentare le decisioni e gli eventi, incessantemente, ma senza di fatto essere in possesso di elementi chiari per poterlo fare. non voglio sentirmi satura, voglio pensare che nelle prossime settimane riuscirò a trovare la pace necessaria a sostenere la pazienza, senza innecessari e deleteri rumori di fondo. il dolore è già tanto anche così, e mai come adesso avverto l’importanza di raccontare il buono che abbiamo, il buono che facciamo e che abbiamo fatto.
oggi su radio3 parleranno di bellezza tutto il giorno, è l’anniversario della morte di Raffaello Sanzio. personalmente non credo più molto all’idea di una bellezza salvifica, ma penso che tutti abbiano diritto a una maggiore qualità della vita. ecco, credo che da qui dovremmo partire, essere gentili, essere generosi, essere attenti a quanto possono essere disturbanti i nostri comportamenti. mettere in comune il tanto che abbiamo.
spero di essere una buona amica in queste settimane, anche da lontano, provo ad esserlo, provo a essere un’insegnante migliore, sorrido ai miei ragazzi anche quando sorridere è molto difficile.
e qui mi fermo e vado a far lezione, oggi in prima si impara a disegnare un ottagono regolare, o ci si prova.
cambio finestra sul portatile et voilà.

ph: andre kertesz / Broken Window / 1929

10140

le ore corrono, le energie sono scarse

nelle frattaglie del tempo già scarso lavora al calendario 2014 e da oggi anche a qualche cartolina per natale – è domenica, prova pure a pulire casa quel tanto che non la presenti al suo cinquantesimo sommersa nella zozzura! poi prepara qualche compito per la scuola: esercizi di comprensione del testo, di inglese, di tedesco, e una mappa del mondo da ritagliare e colorare
le sembra tutto molto difficile

fuori schiarisce e le finestre spalancate della camera fanno entrare un’aria quasi tiepida, se ne accorge appena, mentre sistema gli scatoloni sugli armadi

muore un poeta che ha a lungo sofferto
un’altra buona ragione per tacere – ed ascoltare

Signore, non sono qui
per fare la ruota come un pavone
ma neanche per battermi il petto
domandando perdono.
Io sono solo un bambino
che piange e arranca e fatica.
Io muoio su una croce diversa
mordendo i chiodi
e spingendo i piedi
verso il basso a sentire
l’erba che cresce.




è difficile riprendere dopo una lunga pausa
si sta meglio, probabilmente, senza confrontarsi troppo spesso con il silenzio noioso del blog – ma a volte penso che sarebbe peggio se ci trovassi del rumore inutile

… mai contenta?

+
durante questa sessione di esami ho realizzato disegni meno convincenti del solito – sarebbe nascondersi dietro a un dito attribuirne la responsabilità alla pessima atmosfera che si respirava a scuola

.



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il blog tace
(quasi) nessuno sembra farci caso

pertanto continuo a prendere il mio tempo – e non il vostro

] la borsa è di pelle azzurra
gliela regalò suo padre quando aveva quattordici anni [

 

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RIFLESSIONE A
glass scrive musica che piace soprattutto alle donne, piuttosto leziosa e accondiscendente
ascolto glassheart di maria bachmann – ideale per quel genere di signora che si ritiene musicalmente preparata e sensibile, con gusti che in realtà si orientano verso la retorica e il dilettantismo tipici per esempio di certe mostre finto artistiche di provincia – per me è un disco da anticamera o da spa (che trova il suo meglio nell’esecuzione di schubert)

questa attitudine quasi materna nell’accondiscendere esteticamente senza approfondire propria di tante donne è demoralizzante, per quanto sia consapevole che il gusto comune si attesti su livelli esasperanti di mediocrità indipendentemente dal genere
come scrivevo su fb, scarpe e scelte musicali sono discreti indicatori di fragilità estetica (a volte basta un dettaglio a raccontarci una data realtà – mi tornano in mente un passaggio di fernanda pivano in cui descrive le povere scarpe di plastica da emporio operaio di jack kerouac e di conseguenza il racconto dai vagabondi del dahrma in cui lo scrittore scala una montagna in compagnia della sua guida spirituale indossando fragili calzature di tela inadeguate all’impresa)

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nel frattempo si torna a scuola
fortunatamente a udine

 


 

«Tutti sappiamo- dice Danilo Dolci alle mamme di Partinico, nella prima pagina del suo nuovo libro – come è necessaria una scuola nuova.
Si potrebbe far crescere con le idee della gente, o senza le idee della gente. Siamo qui per domandarci quali sarebbero i consigli per questa scuola, come sognate una scuola per i bambini vostri, come la vorreste… ».

Le mamme, dapprima timide e disorientate, prendono via via coraggio a parlare, raramente interrotte da una domanda, dall’invito a precisare un concetto, da una sottolineatura.
Il Socrate che coordina il dialogo, lo pungola, lo alimenta discretamente di stimoli, non è il furbo stratega che guida i suoi Fedoni e Fedri e Critoni per una strada nota a lui solo, perché arrivino dove vuole lui: ha in mente una meta, la creazione di un nuovo centro educativo, ma non vuole precisarla senza il contributo «della gente»; ha esperienza e cultura, la sa ripartire alla pari con l’interlcutore più semplice, primo perché rispetta la sua esperienza e la cultura (magari analfabeta) di cui lo sa portatore, secondo perché pensa che la nuova istituzione avrà fondamenta più profonde se crescerà « con la gente » e farà crescere tutti coloro che ci lavoreranno.

6 luglio 1973
gianni rodari recensisce il libro di danilo dolci “chissà se i pesci piangono”
[continua qui]

sempre sul blog di giuseppe casarrubea: danilo dolci visto da carlo levi