Category Archives: diario

incapace di autentica vita sociale, nelle giornate estive si rifugia in piscina / sott’acqua si esplicita e trova maggior senso la sua condizione di isolamento // l’eremitaggio domestico invece prevede lunghe maratone filmiche / anche lì capita di trovare qualche piscina

 

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the swimmer 01
piscina69 01
PalombellaRossa 01
welcome 01
jack-goes-boating 01
Incendies 01
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  1. the swimmer – 1966
  2. la piscine – 1969
  3. palombella rossa – 1989
  4. welcome – 2009
  5. jack goes boating – 2010
  6. incendies – 2010
  7. somewhere – 2010

passaggio attraverso architetture immaginarie
– strutture formate con parole senza tempo
– spazi dell’astrazione privati del sonoro
– assemblaggi del disordine che proseguono in totale autonomia

dire addio – lasciando le porte socchiuse, più per blanda pigrizia che per ottimismo / mentre gli errori diventano tatuaggi e non si lavano, inutile sfregare

le stanze possiedono storie che lei non è più in grado di vedere o di sentire / ma le storie ci sono (incistate, sottocutanee) – costante tramestìo di polvere e insetti / avventure inenarrabili precluse agli animi ipovedenti

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busta foto
vassalli massacro 80
paolo-ventura-ic1
mamibalaustrapisino
camilla engman

  1. foto
  2. sebastiano vassalli (R.I.P)
  3. paolo ventura (infinite city)
  4. foto
  5. camilla engman
  • st: luciano berio

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0
Non c’è nessun «dopoguerra».
Gli stolti chiamavano «pace» il semplice allontanarsi del fronte.
Gli stolti difendevano la pace sostenendo il braccio armato del denaro.
Oltre la prima duna gli scontri proseguivano. Zanne di animali chimerici affondate nelle carni, il Cielo pieno d’acciaio e fumi, intere culture estirpate dalla Terra.
Gli stolti combattevano i nemici di oggi foraggiando quelli di domani.
Gli stolti gonfiavano il petto, parlavano di «libertà», «democrazia», «qui da noi», mangiando i frutti di razzie e saccheggi.
Difendevano la civiltà da ombre cinesi di dinosauri.
Difendevano il pianeta da simulacri di asteroidi.
Difendevano l’ombra cinese di una civiltà.
Difendevano un simulacro di pianeta.
WU MING

1
young people (ˈjanɡ ‘pi:pl) = anodinía e capacità di accomodarsi senza rimpianti negli spazi dell’immutabilità / musiche impeccabili e irrilevanti, che nulla aggiungono e nulla tolgono, regalano momenti piacevoli conlusi in sé stessi e privi di qualsiasi forma di interrogazione o fermentazione / la tentazione è quella di ricorrere all’attributo di frigidità.
dunque non più frammento e modulazione personale, giammai dissonanza, piuttosto citazione continua e perfettamente mascherata, amalgama impersonale e pressochè imperscrutabile di elementi del passato che procura un prodotto opaco, indistinguibile dall’ex novo e privo di evidenti chiavi di lettura storiche / non autentica originalità ma personalità in provetta, opera postmoderna nonostante il tempo trascorso, dove però la giustapposizione ha ceduto il posto all’amalgama degli elementi / morte della trasparenza – latitanza dello stile

2
un siffatto processo di dissoluzione e rimescolamento può – per alcuni e in certi casi – costituire presupposto di modernità e rappresentare un tratto evolutivo, di costruzione?

…spezzare tutti i falsi legami gerarchici tra le cose e le idee, distruggere tutti gli strati ideali divisori tra di loro. È necessario liberare tutte le cose, permettere loro di entrare in libere unioni, proprie della loro natura, per quanto bizzarre queste unioni sembrino dal punto di vista dei legami tradizionali consueti. È necessario dare alle cose la possibilità di stare in contatto nella loro viva corporeità e nella loro varietà qualitativa. È necessario creare tra le cose e le idee nuovi vicinati che rispondano alla loro effettiva natura, porre accanto e unire ciò che è stato fallacemente diviso e allontanato e disgiungere ciò che è stato fallacemente avvicinato.
M. Bachtin (cit. in new italian epic – WU MING)

3
conseguenze di un quarantennio di messaggi inneggianti a una concezione sospesa, edonista e indifferente del mondo (costruzione programmatica di un sistema basato sul commercio della superficie), che non conosce un prima (o più probabilmente ne disconosce la sostanza, salvandone la forma e gli stilemi) e conserva l’adesso quale proiezione confortante di un dopo che non si arruga e non arrugginisce / tale ambito sospeso é luogo ideale dell’inneffabile sofisticato e mai gratuito cui spesso aspirano anche i migliori giovani occidentali, quelli più istruiti e affinati / la loro capacità di individuare lo stato di equilibrio ottimale é sorprendente: sono saggi – e ottusi, non si addentrano nei territori dell’incerto e i loro dubbi agglutinati-disciplinati orbitano saldi abbracciando la sfera del pragma / del resto, domande sensatamente concrete pretendono risposte puntuali e circostanziate

4
piu distintamente, ma non meno fondamentalmente di ogni merce, la Jeune-Fille costituisce un dispositivo di neutralizzazione offensiva.

prendete la vita dal lato giusto, visto che la storia va nel senso sbagliato.

sin dall’origine, l’assoluto dei rapporti è stato pervertito e, in una società mercantile, vi è certamente commercio tra gli esseri ma non vi è mai una ‘comunità autentica’, mai una conoscenza che sia di più di uno scambio di ‘buone maniere’, anche se portate all’estremo del concepibile
TIQQUN

Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia.
A G

debord
0515-002
0515-001

I
leggere la storia é probabilmente l’unico antidoto noto per uscire da una condizione di indifferenza / e dal momento che anche le migliori educazioni possono fare cilecca, e molti genitori con un’alzata di spalle rassegnata e velata di malinconia abbandonano il campo con l’alibi del rispetto (sono giovani, cresceranno), penso che ancora una volta il grande assente, ben oltre la sfera parentale, risulta lo stato con la sua responsabilità di essere riferimento e guida super partes per cittadini di tutte le età.

come un serpente che si mangia la coda, la responsabilità di cui sopra ricade su chi, dal dopoguerra in poi via avanti fino all’oggi, ha contribuito a polverizzare l’entità statale, a renderla trasparente e poco credibile, generando un simulacro inefficace dietro cui solo chi possiede memoria o cultura storica può intravvedere i valori fondamentali e fondanti su cui dovrebbe germogliare la vita comunitaria.

II
aspetti che chi non ha prole può intravvedere attraverso le considerazioni amicali: i figli scarrozzati a destra e sinistra (anche là dove potrebbero andare a piedi) restituiscono crescendo l’effetto di una percezione topografica muta e senza contatto con gli spazi urbani. il paese è un ambito strumentale alle proprie esigenze, non ha storia e radici. i ragazzi troppo protetti sovente non si interrogano e non guardano oltre il perimetro del personale.
siamo stati noi a privarli di una dimensione epica di base?
per questi viottoli si ruba, si esplora; viottolo turba, eccita, se ne sbuca correndo a mezzogiorno, si rivede dall’alto il paese, ridendo, con la faccia tutta impiastricciata di more.
(meneghello)

III
il situazionismo, ultimo barlume autenticamente romantico, ha ceduto lo spazio (fisico e culturale) allo smarrimento programmato entro percorsi certi / la nuova epica (cosa avevano visto i wu ming?) é l’assenza di epica, sostituita dalla sua rappresentazione puntigliosa e diligente, inodore e pertanto inoffensiva: il rapporto tra pensiero privato, atto sociale e politica obbedisce allo sforzo di non creare conflitti, aggirando e non attraversando, evitando qualsiasi contaminazione, realizzando uno scenario basato prevalentemente sulla finzione /
le nuove generazioni non si sporcano e non sporcano

probabilmente, chi sfugge a questa regola è già vecchio.

anodino
soffione

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attraversando la città per raggiungere la piazza osservo che i negozi sono quasi tutti aperti, persino le pescherie, i grossisti di detersivi, le profumerie …
che fine hanno fatto le feste nazionali? quando le città risplendevano metafisicamente ripudiando il commercio blasfemo nelle ricorrenze e si potevano cogliere i suoni vivi ed osservare il mondo della festa / quando anche gli operai e i commessi indossavano un vestito buono e uscivano per prendere un caffè al bar o per la messa / dove sono le piazze gremite del 25 aprile?
quest’anno più del solito la celebrazione della liberazione dal nazi-fascismo ha toccato in me corde profonde / per una serie di contingenze personali, ma anche perché, a guardarmi intorno, nell’immediato circondario che soffoca il mio personale irrequieto perimetro, osservo facce indifferenti, resilienti, che hanno smarrito il concetto di autentica resistenza /
la mia figlioccia si arrende serena – rinuncia aprioristicamente allo sciopero e alla protesta / così come tanti altri studenti della sua età e lavoratori della mia, abituati a un’esistenza sociale dove poco si decide e si attua autonomamente e dove la comunicazione è connivente e quasi mai stravolgente / gli ordini sono precostituiti a svariati livelli e ci trovano per lo più sottomessi o – peggio – convinti di non esserlo, indifferenti allo sforzo sociale, pusillanimi e soprattutto mentalmente impigriti / ma siamo bravi a tenere in ordine il fisico e l’arredamento, abili spesso anche a parlare, con parole che lasciano tutto così com’è / (in questo scenario ci sono senz’altro le debite eccezioni ma diciamolo, rappresentano una sparuta minoranza)

arrediamo, conversiamo, impariamo diligentemente a memoria … però quanto bravi siamo a partecipare? / ieri, dopo il tradizionale discorso del sindaco durante le commemorazioni, parlavo con un’amica sindacalista che ha giustamente sottolineato come honsell avesse tralasciato un aspetto cruciale, quello appunto della partecipazione /
li vedo i ragazzi chini sul loro cellulare, anche quando sono in gruppo, osservo i pargoli di una cara amica che nonostante le conversazioni domestiche (e l’impeccabile positiva educazione ricevuta) sogguardano continuamente lo schermo distratti dal richiamo magnetico dell’inesistente / non c’è charme o fascino personale che tenga in queste condizioni, e non c’è impegno sociale che li sfiori realmente / la loro socialità si consuma di fatto attraverso un atto mediatico o piacevolmente mondano, e sono ingenuamente quanto ottusamente convinti che quello sia il modo giusto per cambiare il mondo / la loro giovane coscienza gli dice che basta, che sono in pace, che hanno partecipato a sufficienza (e ci sarebbe tanto da dire sul concetto di sufficiente) /

il fatto di viaggiare con i mezzi pubblici, ormai destinati quasi esclusivamente a minorenni, anziani e nuovi proletari (per lo più immigrati), permette di cogliere aspetti peculiari di tali categorie / in particolare i nuovi poveri, quelli non così poveri da potersi permettere di viaggiare su un mezzo pubblico, rimangono trasparenti per le nuove generazioni / sono gli invisibili, spariscono dietro al margine del cellulare o del tablet che i ragazzetti depongono a malapena durante la doccia / (altro…)

01-15-009
volato via come scheggia impazzita
ha lasciato poche fotografie e un corpo invernale, sciupato, fragile
parole prigioniere incastonate nel ghiaccio

 

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01-15-006
01-15-008
01-15-007

osserva le ombre invecchiare
le ombre si fanno spettri e il loro parlare sempre più confuso

la musica non è consolazione ma compromesso permanente
tra lei e altri

 

 

tra i due mondi – la tregua – in cui non siamo

01-15-011

 

Mary Halvorson: guitar
Jonathan Finlayson: trumpet
Jon Irabagon: tenor & soprano saxophones
John Hébert: bass
Ches Smith: drums, percussion

 

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