.


Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.


less than silence, space bar

non è certo scrittura – spurghi piuttosto, piccole emissioni di materia verbale quasi solida,  per come è concentrata e inscalfibile
naturalmente non riesco a trarre beneficio da queste piccole concrezioni mute, anodine, che non si mescolano e non partoriscono,  supposte che entrano intere ed escono intere
ciò che non si scioglie in altro non esiste, mi viene da pensare

(successivamente immaginare le possibili forme di scioglimento, sgretolarsi tenero della materia durante minuti o millenni, provare ad organizzare una tassonomia della dissoluzione)

la vita di adesso non mi permette di parlare

frequento corridoi normali, privi di conoscenze clandestine
tutto è regolare, vivo il ritmo pallido e rifinito di questa citta’
tutto è regolare – non palpita, nemmeno scorre
piuttosto il vissuto si deposita su un setaccio da cui nevica lentamente verso un fondo indefinito, una percolatura polverosa dentro gli ingranaggi di un panorama borghese e vacuo
(qualsiasi cosa si compera)

dismetto l’invenzione, tralascio le proteine

mi sento ripiena di riflessioni molli e filacciose che penzolano senza nodi, simili a capelli impomatati / trasparente come una radio spenta, come un muro secondario e privo di forza, che della sua materia non ha fatto un’evidenza ma una formula della sparizione
del resto succede ad ogni angolo: quanti edifici o muri o porte che non abbiamo guardato per anni e che esistono senza esistere, come indifferenze fisiche, che non hanno un colore definito e una forma con quel nome – vuoto circondato dal vuoto, assenze che non parlano ed anzi perseverano in virtù di tale silenziosa invisibilità

così è anche praticare certi corridoi, dove ogni definizione non esaspera i suoi limiti
dove i muri non si sciolgono ma resistono ininfluenti e impassibili allo sforzo della demolizione

hai capito subito quali privilegi ti abbiano consentito la capacità di scegliere
hai imparato a distinguere le varie categorie della miseria
ma come trasmettere quella percezione dell’altro e del proprio, della minuta commovente desolazione, come poter dire che il possesso è un nonsenso che conforma ogni singola piega delle nostre giornate non l’hai ancora capito
per questo i tuoi discorsi sono piccole pietre senza facoltà di sciogliersi in altro, pallottole che si infilano e poi sfuggono integre attraverso altre ferite – vuoti solidi che collezioni sullo schermo o che tieni in bocca sotto la lingua, piccoli sassi insipienti

i corridoi si interpongono, sono barriere impermeabili tra me e le parole possibili
paratie consistenti e regolari, organizzazioni della monotonia, espressione efficiente di un universo pedissequo che mi insegue e mi contiene come una bolla
allora le mappe assumono il senso della conservazione del vuoto, della sua materializzazione e dell’invenzione di un sistema che non si sgretola e non cede, che si fa apprezzare per questa sua anima defunta e impenetrabile su cui ogni scrittura è impossibile a fissarsi e sbiadisce veloce come un alone alcoolico

.